| La Sacra Scrittura deve usare metafore? |
|
|
Motivi contrari Sembra che la sacra Scrittura non debba far uso di metafore, ciò perché: 1. Non è conveniente che una scienza che occupa il vertice del sapere - come s'è visto - segua dei modi di esprimersi che sono propri delle discipline inferiori. In effetti, l'uso abituale di metafore e di similitudini è proprio della poesia che è l'ultima arrivata nel rango delle discipline. 2. Tale dottrina è destinata a manifestare la verità, tanto che a coloro che la coltivano viene promesso un premio: «Quelli che mi mettono in luce, avranno la vita eterna». Ora le metafore occultano piuttosto la verità. 3. Quanto più una creatura è sublime, tanto più acquisisce divina somiglianza. Se proprio si vuole che alcune creature divengano simboli della realtà divina, è necessario che si scelgano quelle più eccelse e non quelle più basse, come spesso invece si trova nella Bibbia. Motivo a favore Dice il profeta Osea: «Sono io che ho moltiplicato le visioni e per mezzo dei profeti ho parlato in parabole». Ora presentare la verità con parabole vuol dire proprio usare metafore. Perciò tale uso si addice alla Bibbia. Risposta conclusiva Conviene certamente che la Bibbia ci presenti le cose divine e spirituali sotto la figura di cose corporee. Dio, infatti, provvede a tutti gli esseri in modo conforme alla loro natura. Ora è naturale per l'uomo elevarsi alla realtà intelligibile attraverso le cose sensibili, perché ogni nostra conoscenza ha inizio dai sensi. Perciò conviene che nella Bibbia le cose spirituali ci vengano presentate sotto forma di immagini corporee. E ciò che dice Dionigi: «Il raggio divino non può splendere su di noi se non attraverso la varietà dei santi veli». Inoltre, poiché secondo l'affermazione di san Paolo («Io sono debitore ai sapienti e ai non sapienti») la Bibbia è destinata a tutti, è conveniente che essa presenti le cose spirituali sotto immagini corporee per essere compresa, così, anche dalle persone più semplici, che non sono abituate a comprendere le cose intelligibili così come sono in se stesse. Risposta ai motivi contrari 1. Il poeta usa metafore per il gusto di costruire immagini, sapendo che l'immagine delle cose è naturalmente gradita all'uomo. La Bibbia, invece, fa uso di metafore per utilità, perché ciò è necessario al suo scopo. 2. Il raggio della divina rivelazione non rimane distrutto - come nota lo stesso Dionigi - sotto il velo delle figure sensibili, ma rimane intatto nella sua verità. Esso non permette che le menti, alle quali è stata fatta la rivelazione, si arrestino all'immagine, ma le eleva alla conoscenza delle cose intelligibili. E fa che, per mezzo di coloro che hanno avuto direttamente la rivelazione, anche gli altri si istruiscano su tali cose. Avviene così che quanto in un luogo della Bibbia è insegnato sotto forma di metafora, in altri luoghi è formulato in maniera esplicita. Del resto la stessa oscurità propria delle figure è utile sia per l'esercizio degli studiosi, sia per sottrarre i misteri alle irrisioni degli infedeli, a proposito dei quali è detto nel vangelo: «Non vogliate gettare ai cani le cose sante». 3. Con Dionigi bisogna riconoscere che è più conveniente che le cose spirituali vengano presentate nella Bibbia sotto l'immagine di cose abituali e familiari anziché di nobili realtà della natura. E ciò per tre ragioni. Anzitutto, si elimina così il rischio di errore. Appare chiaro, infatti, che tali simboli non si applicano alle cose divine in senso proprio, il che potrebbe esser pensato qualora le cose di Dio fossero presentate sotto la figura di corpi superiori, specialmente da parte di chi non riesce a immaginare qualcosa di più nobile dei corpi. In secondo luogo, perché tale modo di procedere è più conforme alla conoscenza di Dio che abbiamo in questa vita. Di Dio, infatti, noi sappiamo più quello che non è, che quello che è. Perciò le figure delle cose che sono più distanti da lui ci fanno intendere meglio che Dio è al di sopra di quanto noi possiamo dire o pensare di lui. In terzo luogo, perché in tal modo le cose divine sono meglio nascoste a chi non ne è degno.
|
![]() Giovedì 28 Febbraio 2008 Il 18 novembre, officiata dal card. José Saraiva Martins, in rappresentanza del Papa, si è svolta a Novara la beatificazione dell’abate Antonio Rosmini, alla presenza di tutti i Vescovi del Piemonte e di circa 10.000 persone, in base alle nuove norme volute dal papa Benedetto XVI, che demanda le cerimonie alle Diocesi che hanno promosso le cause di canonizzazione. Il Rosmini infatti era nato a Rovereto il 24 marzo del 1797 (ora Trento ma all’epoca sotto il... Leggi tutto... |
||