| Don Bosco mostra i denti (1875) |
|
|
Un giovane, che aveva frequentato l'Oratorio di Valdocco, caduto nelle reti dei protestanti, era stato mandato per gli studi a Ginevra, perchè conseguisse il titolo di ministro. Siccome però lasciava talvolta intravvedere di mantenersi nel fondo del cuore cattolico, fu spinto a deplorevoli disordini allo scopo di metterlo nell'occasione di perdere la fede. Contrasse una brutta malattia, per salvarlo dalla quale i medici gli consigliarono l'aria nativa. Nel 1857 tornò a Torino in casa della madre la quale, essendo povera, era sussidiata dai valdesi a patto che non lasciasse avvicinare al figlio preti di nessun genere. La stessa sera del suo arriva quell'infelice, agitato da fieri rimorsi, diceva a sua madre: Vorrei parlare col nostro curato, perchè mi sento molto male. La madre, perchè si tranquillizzasse, gli promise che sarebbe andata a chiamarlo. L'indomani infatti si presentò in parrocchia. Ma i valdesi l'avevano prevenuta. Da qual punto l'infermiere della setta, o l'evangelista o il pastore o il ministro, di giorno e di notte erano sempre accanto al letto della loro vittima o nella camera vicina. Il curato venne, vennero anche altri sacerdoti, ma non fu mai loro concesso di entrare. L'infermo, che si accorgeva di non esser più padrone di se stesso, angosciato si rivolse al Signore. E il Signore non lo abbandonò. Un sacerdote, d'accordo col curato, andò da don Bosco e gli raccontò ogni cosa. Don Bosco risolse di fare a qualunque costo una visita a quel poveretto, e un giorno alle due dopo mezzodì, accompagnato da due robusti giovanotti, si porta all'abitazione dell'infermo. Suona il campanello e ad aprire la porta viene lo stesso ministro valdese Amedeo Bert. Chi cerca, signor abate? Cerco di parlare con l'infermo. Non si può, non può ricevere; è rigorosamente proibito dal medico. Mi lasci passare che io ho fretta; non ho tempo da stare qui in chiacchiere. Ed entrò deciso dall'infermo che lo ricevette colle lacrime agli occhi. Il pastore intanto protestava che il colloquio cagionava danno all'infermo. Ma don Bosco, preso uno sgabello, si assise presso il letto. Allora il ministro risentito: E chi è lei che si mostra tanto ardito? Non sa che io sono il ministro valdese Amedeo Bert? E io sono il direttore dell'Oratorio di San Francesco di Sales. Alto là: lei deve allontanarsi di qui! Rispetto tutti, ma non temo nessuno e tanto meno lei, perchè so che l'infermo è pentito di aver dato il nome alla chiesa valdese e vuol morire cattolico. In quel momento l'infermo disse: Io voglio essere perseverante nella mia religione... Adagio Pietro, lo interruppe il ministro , badate a quel che dite. Signor ministro, osservò don Bosco, parli con più calma. Mi permetta soltanto che io faccia una interrogazione all'infermo. La risposta che darà, servirà di regola ad ambedue. Tacque allora il ministro e, tenendo gli occhi spalancati sopra don Bosco, si pose a sedere. Il buon prete si volse al giovane con amorevolezza e parlò così: Ascolta Pietro: questo signore ha scritto in libro in cui dice ripetutamente che un buon cattolico si può salvare nella sua religione; dunque nessun cattolico deve abbracciare altra credenza per salvarsi. Tutti i cattolici dicono parimenti che, osservando la propria religione, certamente si salvano. Ma soggiungono che colui il quale si ostina a stare nel protestantesimo, certamente si danna... Ora dimmi tu se vuoi lasciare la certezza di salvarti ed esporti al dubbio, anzi alla certezza di andare eternamente perduto! No e poi no, rispose il giovane, e sempre no. Io son nato cattolico, e voglio vivere e morire cattolico... Mi pento di quel che ho fatto. Il ministro, udita la franca risposta, si alzò, prese il cappello e voltosi a don Bosco disse: In questo momento non si può più ragionare; verrò in tempo migliore. Ma voi Pietro vi gettate in un abisso... vi vogliono far confessare e la confessione invece di darvi la vita, vi accelera la morte. Ciò detto, pieno di sdegno partì. Allora Pietro, che si sentiva tanto spossato da temere di soccombere in quella notte medesima, domandò subito di potersi confessare. Don Bosco lo ascoltò. Siccome non aveva mai nè predicato nè scritto contro la religione cattolica, non accorreva che facesse una pubblica ritrattazione. Con l'assoluzione sacramentale parve a Pietro che don Bosco gli avesse tolto di dosso un enorme macigno. L'animo suo tornò a godere la calma che da vari anni aveva perduto. Stringeva, baciava e ribaciava la mano a don Bosco e si sentiva felice, nonostante i suoi dolori. Don Bosco intanto, preveduto il pericolo nel quale si trovava il giovane per le visite che immancabilmente gli avrebbero fatte i valdesi, ottenne che fosse subito trasportato all'ospedale dei cavalieri. Qui gli vennero subito amministrati il viatico e l'estrema unzione; e dopo circa ventiquattro ore spirò in pace.
|
![]() Mercoledì 09 Luglio 2008 Il 3 febbraio 2008 a Cagliari, il card. Josè S. Martins, inviato di papa Benedetto XVI, ha proclamato beata suor Giuseppina Nicoli, della Congregazione delle Figlie della Carità di Torino. Pur non potendosi annoverare nella folta schiera dei “Santi Sociali Piemontesi dell’800” suor Giuseppina ha iniziato il suo cammino verso la santità proprio a Torino dove era entrata tra le “Figlie della Carità” Congregazione delle Suore di San... Leggi tutto... |
||